A sinistra nei giorni dispari di John Guy Ripamonti

Nel cuore dell’Egeo, sospesa tra mito e realtà come tutta la Grecia, Icaria è una delle cosiddette "Blue Zones", dove la longevità dei nativi non sembra una casualità, bensì una legge naturale. Tuttavia, ciò che attrae i viaggiatori in cerca di tranquillità e autenticità, è qualcosa di più sottile: l’sola si offre come un mondo a sé, dove natura e abitanti vivono in simbiosi perfetta, e tutto sembra muoversi secondo un ritmo diverso che conduce l’animo in una dimensione altra.

Il passante del tempo, più che un semplice esploratore, insegue lo sconfinamento che nasce dal confronto con l’autenticità. Alla ricerca di un movimento, senza un percorso prestabilito, che trascenda i condizionamenti e le illusioni dello spazio e del tempo.


Ad icaria da soli tre giorni, si annoiava a morte. La sua insoddisfazione inevitabile, quasi annunciata, nasceva dal modo stesso in cui aveva individuato la meta.

L’isola è una delle cosiddette Blu Zones, aree geografiche conosciute per l’alta aspettativa di vita, decisamente più lunga rispetto alla media mondiale. All’Ogliastra, altra Blu Zone altrettanto nota, era già stato molte volte da solo e in compagnia. Loma Linda e Okinawa erano impossibili da raggiungere con la sua piccola Dufour 312.

Quindi, Icaria era emersa come la prescelta. In questo modo, aveva sfidato la regola della Destinazione Residuale, famosa legge non scritta del turismo di massa, che procedendo per esclusione, determina l’uccisione dello spiritello del viaggio, che sarebbe puntualmente risorto, tramando vendetta.

Aveva scelto il suo movimento, dandogli il valore di un residuo, una briciola di pane avanzata sulla tovaglia unta, mentre tutti si godono già il caffè.

Era finito così su un’isola popolata da ultraottantenni e ultranovantenni, con menu e diete costituite principalmente da legumi: non aveva mai mangiato così tante zuppe e minestre in tutta la sua vita! La popolazione locale si limitava a sorridere e indicare la strada per le terme, un gesto che si ripeteva ad ogni incontro. Aveva trascorso pomeriggi interminabili, intrisi di silenzi privi di fascino e alcune mattine si era svegliato con nuvole, pioggia e nebbiolina, pervaso dalla sensazione che il nuovo giorno si sarebbe ripetuto uguale al precedente, come se camminasse in un cerchio di sabbia.

Insomma, non era caduto rovinosamente come Icaro, ma zoppicava.

Quella mattina, comunque, partì alle cinque per la consueta passeggiata esplorativa: avrebbe almeno respirato a pieni polmoni l’aria salubre della zona blu, pregna di longevità. Prese a sinistra, perché era il tredicesimo giorno del mese, e, nei giorni dispari, agli incroci, sceglieva sempre quella direzione. Quando il paesaggio si fece meno roccioso e la vegetazione più folta, cominciò a respirare intensamente. Dopo qualche chilometro, percepì qualcosa che parve scuoterlo da una sonnolenza che durava ormai da giorni. Si fermò di colpo. Un aroma penetrante volava nel vento, saliva nelle sue narici e, accarezzando i bulbi oculari, espandendosi nella corteccia celebrale. Dopo qualche istante, la sua mente divenne vigile e lucida, liberandosi da una pesantezza invisibile. “Menta…piperita”, sussurrò. Immaginò il colore verde intenso delle sue foglie e gli parve quasi di poterne mettere una sotto i denti e farla scrocchiare. Ne sentì il sapore pungente. Inspirando quella freschezza erbacea, arrivò presto su un promontorio, che raggiunse con la leggerezza di chi segue un pifferaio magico.

Guardò in basso a sinistra, perché di panorami mozzafiato ne aveva la nausea. Su una panchina sgangherata e consumata dal tempo, sedeva una donna dai capelli ricci color argento, avvolta in un lungo cappotto cerato marrone scuro, simile a quelli che usano i pastori.

“Hi Ma’am!”, disse, sfoggiando un ottimo accento americano.

“Salve e bongiorno!” rispose lei, con accento straniero ma in sintonia con il ritmo musicale di Roma sud. La donna si voltò, mostrando un viso dalla pelle liscia con guance rosse e lucide, come le mele del Trentino, brillanti anche sotto un sole pallido di prima mattina.

“Ah…parla italiano…”, rispose con tono confidenziale, come se avesse abbassato una difesa inconscia.

“…sì, sono nata ad Atene e ho studiato a Roma!”, fece una breve pausa e poi domandò:” E lei? Come mai ad Icaria?”.

“Desideravo visitare una delle Blu Zones. Lei vive qui?”, azzardò, incuriosito da quel viso al quale era difficile attribuire un’età.

“Sì, da molti anni ormai. Anche se casa mia è altrove, quest’isola mi ha accolto, quando non sapevo dove andare”, s’interruppe stringendo le labbra, come se avesse detto troppo.

“Cosa le piace di questo posto?”, continuò lui per metterla a proprio agio.

“Gli animali!”, rispose, voltandosi ancor più verso di lui.

“Gli animali? Ci sono animali particolari?”

“Sì, gli animali qui sono gentili”, precisò, guardandolo dritto negli occhi.

“Trova? E in che senso?”

“Come? In che senso? Se le avessi risposto che erano le persone ad essere gentili, non userebbe questo tono”, ribatté lei, con un certo distacco.

“Quale tono?” chiese imbarazzato. “Mi fa un esempio di animali gentili e animali maleducati?”

“Ricordo gli animali in Oregon”, proseguì lei, senza badare a lui. “Erano animali cacciati continuamente dagli uomini, scontrosi, aggressivi. Facevo fatica ad avere un dialogo con loro. A Icaria, invece, il regime alimentare è costituito prevalentemente da legumi e gli animali sono gentili.”, lo guardò di nuovo dritto negli occhi.

“Ah, è stata in Oregon? Interessante!”, osservò. Non ci fu reazione da parte di lei, quindi continuò. “Allora… dovrò osservare più attentamente la fauna locale. Non voglio perdere la possibilità di divenire un illuminato”, fece lui, con un sarcasmo di cui non era affatto consapevole.

“Beh, a me piace sentirli, più che osservarli. Ascoltare il loro spirito che parla, come nelle fiabe. Alcuni watchers che abitano sull’isola, raccontano storie fantastiche di visioni notturne, in cui gli animali sono messaggeri cosmici”, disse lei con lo sguardo fisso sui fili d’erba.

Il sottofondo esoterico, lo infastidì.

“Vegetariana? Vegana?”, chiese, pentendosi immediatamente.


 

“Oh, yes please, give me a label, so you can sell the story”, rispose lei, ridendo con gusto.

Si sentì stupido. Fece per continuare la conversazione, perché voleva sapere dell’Oregon, luogo che non conosceva. Ma lei lo bloccò.

“Caro signore, ora devo proprio andare, il gatto mi aspetta”. Pronunciò queste poche parole con una leggerezza che sfidava ogni logica.

“Non volevo offendere”, disse lui, pentendosi ancora. Lei non rispose.

La guardò camminare verso casa, ne ammirò la figura longilinea, assente e presente al tempo stesso. Non avrebbe mai saputo di più sulla sua storia, ma avrebbe ricordato la conversazione.

La sera, riposando nel ventre della sua barca, inalò l’aria profumata dalla lavanda che aveva raccolto sul sentiero del ritorno, senza pensare nulla. Mentre fuori pioveva, sognò un gufo reale che volava sulle onde. Il mare fu calmo quella notte, Icaro camminava saldamente sulla terra bagnata.


Articolo di John Guy Ripamonti

Il passante del tempo
08.08.2028, Ikaria